L’inquilino

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Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta sul numero 18 della Writers Magazine Italia, nell’aprile 2010.

Gettò il pennello con stizza, prendendosi la testa fra le mani. Proprio non ci riusciva. La tela era lì che lo guardava, beffarda. Qualche macchia scura qua e là, il cielo plumbeo accennato, un paesaggio desolato. Il disegno chiedeva attenzione, cura, domandava passione e tempo.

Ma le voci non lo permettevano. Da quando erano arrivati i nuovi vicini, quei rumori costanti, fastidiosi, gli si insinuavano nella mente. Come tediosi ronzii di zanzara, o un sottofondo di radiolina perennemente accesa, gli entravano nel cervello e non ne uscivano più. Quanto tempo era che lavorava al quadro? Giorno e notte, sempre, ogni momento della sua reclusa esistenza, era dedicato a quel dipinto, che ancora non aveva un’anima, un tema, un protagonista. Ma era consumato dalla consapevolezza che qualcosa aveva da comunicare. C’era una febbre che lo spingeva a voler scoprire cos’era, doveva terminarlo. Quanto tempo? Gli sembravano mesi. O anni. Ma le voci erano sempre lì. E lui stava impazzendo.

All’inizio li sentiva solo quando urlavano. I classici battibecchi delle coppie sposate da decenni. Perché hai comprato questo, perché non hai fatto quell’altro, cose così. Ma poi era andata peggiorando. Aveva sviluppato una sensibilità eccessiva ai loro brusii, quasi soprannaturale. Sentiva ogni singolo passo, udiva l’aprirsi del rubinetto della cucina, lo strascicare delle pantofole di lui, il fischiettare di lei quando lavava i piatti, l’aprirsi dei cassetti e lo sbattere degli sportelli. Poteva visualizzare ogni momento della loro giornata. La sveglia, il pranzo, la cena, il lavaggio dei denti  prima di dormire (“Chiudi bene il tubetto!”). Le stanze dell’appartamento in cui erano, cosa facevano. Lei amava passare i pomeriggi a cucire un maglione per la nipotina. Dio, quello sferruzzare continuo! Lui guardava film porno quando lei usciva a fare la spesa. Lo sentiva quando sedeva pesantemente sulla poltrona. Udiva quando si calava la zip dei pantaloni. Sentiva tutto.

Ora parlavano di quanto erano stati bravi a sistemare il nuovo appartamento, e che avrebbero invitato i figli a cena, una di quelle sere. Quindi c’era da pulire un po’, e lì ricominciarono la discussione. Era una vita che lei puliva, perché non partecipava pure lui? Tu sei fissata, sempre a rompere le palle per un granello di polvere, eccetera eccetera.

Lui era un uomo paziente, calmo. La pittura non è un’arte per gente irascibile. Ma tutti hanno i propri limiti. Si allontanò dal cavalletto e prese a bussare sul muro della camera, che comunicava con la loro cucina (guarda caso il luogo preferito per i litigi). Bussò forte, più volte. Non cambiava nulla, il diverbio continuava. Bussò ancora, e stavolta cominciò a urlare. Gridò di smetterla. Che c’era gente che stava lavorando, che non potevano strillare in continuazione per ogni cazzata! Concluse con un pugno a piena potenza sul muro e un “Vaffanculo” che considerò definitivo e risolutore.

La zanzara continuava a ronzare, la radiolina ancora accesa. Nessun cambiamento. Era impossibile che non lo avessero sentito. Quindi stavano facendo finta di niente, quegli stronzi lo ignoravano! Adesso sarebbe uscito e gliene avrebbe dette quattro. A passi pesanti attraversò il salone, giunse all’ingresso e si fermò davanti alla porta, carico di rabbia. Due piccoli passi, una suonata al campanello, e poi gli avrebbe detto il fatto loro.

Ma davvero si era ridotto a quel punto? No. Non avrebbe permesso che quegli idioti nevrotici lo distraessero dal lavoro. Aveva di meglio da fare, che una piazzata sul pianerottolo. Si allontanò dalla porta, con la furia che scemava gradualmente in silenziosa irritazione. Concentrarsi. Ecco cosa doveva fare. Aveva letto di artisti che riuscivano a escludere il mondo esterno per dedicarsi completamente a ciò che facevano. Concentrarsi. Aveva bisogno però di sospendere, rilassarsi un momento. Ma quanto era che stava alla tela? Non ricordava altro di quei giorni, se non di essere davanti al quadro con il pennello. Magari aveva bisogno di interrompere e mangiare qualcosa.

Arrivò in cucina. Si fermò a riflettere. Ma aveva davvero fame? Non l’avvertiva, in effetti. Quand’era l’ultima volta che aveva pranzato? Non lo ricordava. Tornò lentamente verso la camera. Avvertì qualcosa di strano nell’aria. Un odore stantio, come muffa. Ma quello era in superficie. Sullo sfondo aleggiava un olezzo più intenso, qualcosa di ancora più sgradevole. Puzza di carne andata a male. Aveva lasciato qualcosa aperto nella dispensa? Probabile. Ma la tela chiamava. La tela lo aspettava, e lui doveva muoversi. Era necessario dedicare tutte le energie al dipinto, senza perdere altro tempo.

Tornò a sedersi sullo sgabello. Udiva ancora il vociare degli sgraditi inquilini, ma si sforzò di lasciarlo a margine della mente, in un luogo isolato, che non interferisse con il cervello. Dovevano essere solo lui, la sua creatività e il pennello. Solo lui e il pennello. Osservò il quadro. Sì, forse intravedeva una forma nuova. Finalmente! Credeva di avere individuato un protagonista, ora. Qualcuno che era sempre rimasto mimetizzato con lo sfondo. Una figura antica, potente, non sapeva ancora chi o cosa. Ma chiedeva a gran voce di essere disegnata. Prese il pennello e avvicinò la mano al centro del disegno. Si fermò in quella posizione. Un attimo, il tempo di scacciare il raziocinio e lasciare che fosse l’istinto a guidare le dita.

Uno scarafaggio gli cadde sulla mano.

Un brivido gli salì dalla spina dorsale e rimase per una frazione di secondo assolutamente terrorizzato, paralizzato. Poi scrollò la mano con forza. L’insetto cadde a terra e zampettò rapido dietro a un mobile. Il brivido gli si sciolse lungo le membra, fino a scomparire. A quel punto rimasero la rabbia e il disgusto. Imprecò contro il parassita, che in quel momento rappresentava il mondo intero. Il mondo intero che non lo lasciava in pace, sereno e indisturbato per terminare il dipinto.

Di nuovo si ritrovò con la testa fra le mani. Chiuse gli occhi, soffocando un pianto nervoso. Respirò lentamente, provando a calmarsi. Cos’era quel fetore che sentiva? Puzza di cane bagnato, di legna marcita. Cosa stava succedendo? Aprì gli occhi e per un folle momento gli parve di piombare nell’oscurità. Una profonda tenebra, quasi totale. E in quel “quasi” intravide ragnatele, topi e altri scarafaggi. Molti. Centinaia. Non avvertiva più la terra sotto i piedi, era come se stesse affondando.

Solo il quadro splendeva. Ma ardeva di luce nera, una luminescenza oscura. Gli parve che il disegno ora fosse nitido, il significato evidente. Eppure era come se lo vedesse con la coda dell’occhio, una visione periferica. Si sforzò di comprenderlo. Era forse…

Sbatté le palpebre. Tutto era tornato normale. Quasi. La vista gli si era offuscata? Aveva un velo davanti agli occhi. Sudore? E quei miasmi, come fossero arretrati, ma non scomparsi del tutto. E ora cosa? Era uno squittio quello che aveva sentito? Non poteva esserne sicuro.

Di nuovo gli urli dei vicini. Ma sì, ora capiva. Erano loro. Era per quei maledetti rompipalle che stava andando fuori di testa. Era esasperato al punto di avere le allucinazioni, il sistema nervoso stava cedendo. Si alzò. Ebbe subito un capogiro e dovette risedersi. Un formicolio gli percorse la schiena e le braccia. Sì, formicolio era la parola esatta. Non era un termine per descrivere la sensazione. Piuttosto sentiva davvero delle formiche che gli correvano sull’epidermide. Preso dal panico tolse la camicia, quasi strappandola. Si guardò la pelle, non aveva niente. Aprì l’anta dell’armadio per controllare la schiena allo specchio. Ma appena si guardò dimenticò immediatamente le formiche.

Il viso che osservò era pallido e polveroso come una superficie lunare. Gli occhi erano ombre nere. Né pupille né iridi, solo due globi oscuri senz’anima.

Non sapeva quanto tempo fosse passato. Doveva essere svenuto. Ma perché allora si trovava in piedi davanti al dipinto? L’ultima cosa che ricordava era quel volto orribile allo specchio. Il suo volto. Si girò e vide che l’anta dell’armadio era ancora scostata. Forse doveva tornare a guardarsi. Sarebbe andato all’armadio, e lo specchio gli avrebbe mostrato che era tutto a posto. Sì, doveva essere così. Osservò lo sportello e si paralizzò. Aveva paura. Certo era un terrore irrazionale, non aveva fondamento. Eppure non riusciva a pensare allo specchio, senza che l’angoscia lo invadesse. Basta. Doveva smetterla. Aveva un esaurimento, questa era la verità. Decise di dormire. Non sapeva che ora fosse e non gli interessava. Avrebbe dormito fin quando non si sarebbe sentito meglio.

Ma non ci riuscì. Pensava di essere stanco, di avere bisogno di riposare, ma non era così. Si sdraiò sul letto, che puzzava di latte andato a male, e si rigirò a lungo. Si ritrovò in un limbo dove non esisteva tempo, non esisteva pensiero. Una stasi mentale e fisica, nella quale non era né cosciente né incosciente, ma una tormentosa via di mezzo. Udì ancora le voci e si tirò su. Quanto tempo era passato? Un minuto o un secolo? Aveva perso il senso del tempo. La sensazione che avvertì  non assomigliava al risveglio. Piuttosto fu come risalire da un pozzo oscuro di non-esistenza, scuotersi da un’apatia infinita.

Cosa stavano dicendo le voci? Le sentiva che scorrevano dalla cucina e imboccavano il corridoio che confinava con il suo salone. Le seguì strisciando vicino al muro, in qualche modo ne diventò l’ombra. L’ombra attraverso il muro. I suoni si spostarono fino alla porta d’ingresso. Erano ancora indistinti e non capiva le parole. Ma poi il battente si aprì. Ora si trovavano proprio di fianco all’ingresso del suo appartamento. Per un minuto risorse la rabbia, e fu tentato di aprire la porta per uccidere quegli idioti. La fonte di tutti i suoi problemi, del suo sfinimento. Stavolta avrebbe agito, sì.

Ma la porta si aprì da sola.

Lo stupore lo ammutolì. L’anziana coppia stava entrando in casa sua. In casa sua! L’uomo aveva aperto, aveva ancora le chiavi in mano. Era basso e tarchiato, vestito con indumenti da due soldi. Aveva la faccia rozza di un ignorante, proprio come se lo era immaginato. Lei era una vecchia rinsecchita, con la pelle tanto sottile che si scorgevano le ossa. Mostrava il naso rosso della persona che beve abitualmente.

– Chi vi ha dato la chiave? Come osate entrare in casa mia?

– Guarda un po’ che roba – disse l’uomo, come se non l’avesse sentito. – Certo che è tutto da sistemare, qui.

– Sì, forse è la volta che fai qualcosa, almeno – ne approfittò subito lei.

– Dico, ma non ci sentite? Che fate qui? Uscite subito da casa mia! Uscite!

– Sempre a rompere. Mi sono fatto il mazzo fino a ora per sistemare di là e già rompi?

– USCITE DA CASA MIA! VIA! FUORI!

– Non senti qualcosa?

– Questa casa è piena di vecchi rumori, e poi ci saranno i topi. Domani chiamo la disinfestazione. Poi ci sarà da lavorare ancora, certo.

– La camera da letto è bella grande, ma Andrea e Anna hanno bisogno di una stanzetta per Giulia.

– FUOOOORIIIIII!

– Ma sì, ma sì, metteremo un tramezzo. Qui come prima cosa si ripulisce tutto e si pittura. Poi via ‘sti mobili decrepiti.

– Ma senti che puzza.

Con gli occhi sgranati fissava quei due che giravano per casa tranquillamente, ignorandolo. Eppure gli urlava nelle orecchie. Ora erano nella sua stanza, e si avvicinavano al quadro.

– Ma guarda te. È ancora qui.

– Cosa?

– Il cavalletto del pittore. Chissà, potrebbe valere qualcosa.

– BASTARDO, NON LO TOCCARE!

– Ma tu non senti niente?

– Boh. Sì forse, ma te l’ho detto, la casa è vecchia. Vedrai che una volta rimesso tutto a nuovo andrà bene. Ma che tanfo, piuttosto. Andiamo, va. Attenta ai capelli, è pieno di ragnatele.

Ma che dicevano? Li precedette all’ingresso e si mise di traverso sulla soglia. Li avrebbe costretti ad ascoltarlo. A pugni, se necessario!

Ma gli passarono attraverso.

Un momento prima erano lì davanti che gli venivano incontro. Il viso rude dell’uomo si era ingrandito fino a occupargli l’intera visuale, poi un momento di buio. Quindi era tornato a vedere la stanza. L’avevano oltrepassato e stavano uscendo sul pianerottolo. Si girò terrorizzato. Li vide richiudere la porta e udì le mandate della chiave.

Le voci si attenuarono, tornando ronzii, radioline.

E per la prima volta percepì il vero aspetto di casa sua, rendendosi conto di ciò che lo circondava. Le ragnatele, la polvere, le formiche. Gli scarafaggi. Esistevano, dunque. Era quella la realtà. Un appartamento desolato abbandonato ai parassiti.

Tornò al cavalletto. Ora aveva compreso. Con la vista sfocata dalle lacrime prese con mano tremante il pennello. Adesso sapeva come terminare il dipinto. L’avrebbe completato. I tratti si mossero sicuri. Un ritocco al paesaggio fosco. Una rifinitura al cielo grigio gravido di tempesta. Si dedicò quindi al personaggio centrale, che ora aveva chiaro in mente. Una figura arcaica, eterna. La mano si mosse precisa, disegnandone le fattezze. Indossava un manto scuro, che si agitava nel vento burrascoso. Un cappuccio ne oscurava il volto. Tra dita avvizzite teneva una lunga falce.

Osservò il disegno finito. Pianse ancora, ma provò anche sollievo. Il suo tormento era finito. Dopo tanti anni, accolse infine la Grande Mietitrice.

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